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Da alcuni mesi l’argomento più gettonato in Sardegna è quello delle energie rinnovabili. Persino la complessa situazione della sanità, delle politiche sociali e dei trasporti pubblici sta passando in secondo piano, se non nella percezione della gente quanto meno negli spazi dei media. Al punto che anche l’economista Leonardo Becchetti, di recente, è intervenuto nel dibattito sardo con un tweet su X. Di sicuro, in materia c’è tanta disinformazione. E altrettanto sicura è la necessità di dover normare con estrema cautela un settore che, soprattutto in Sardegna, può generare un impatto ambientale devastante.

Marta Battaglia, presidente Legambiente Sardegna

«Effettivamente a monte c’è un vulnus importante», commenta Marta Battaglia, presidente di Legambiente Sardegna. «Il Decreto Draghi, il n. 199 del 2021, ha accelerato il processo di transizione legato alla grave crisi climatica. Di conseguenza, le imprese hanno presentato a Terna le loro richieste di connessione e avviato gli iter di autorizzazione dei progetti, nell’Isola come nel resto d’Italia. Il problema dove sta? Il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, una volta emanato il decreto, dopo 180 giorni avrebbe dovuto dettare i criteri per l’individuazione delle aree idonee. E le Regioni avrebbero dovuto agire di conseguenza e indicare le aree idonee, quelle non idonee, quelle ordinarie. Questo non è avvenuto, ecco il difetto di fondo. Le imprese si sono attivate senza che fosse stata definita a monte la cornice, all’interno della quale orientare il fermento imprenditoriale».

Un impianto fotovoltaico a terra, in campagna

Nel mese di luglio 2024, la nuova Giunta regionale si è ritrovata la patata bollente tra le mani. «L’esecutivo guidato da Alessandra Todde ha avuto il merito di smuovere le acque, valorizzando la presidenza del tavolo Energia e ambiente della Conferenza Stato-Regioni», rileva Battaglia. «E ha ottenuto che il ministero competente individuasse i criteri. Nel frattempo, però, tutte queste domande di allaccio si sono cumulate. C’è poi il delicato fronte della comunicazione, con una narrazione prevalente che utilizza i dati relativi alle domande di allaccio. Il dato che passa è la somma delle potenze e l’estensione del territorio relative a tutte queste richieste, che fanno paura, e una certa comunicazione lo sa bene. Effettivamente, basandosi su questi dati, nasce un allarme sociale che è del tutto comprensibile: in buona fede, molti temono l’occupazione del 30% del territorio sardo da parte degli impianti, con un conseguente notevole impatto sul paesaggio regionale. Purtroppo, non stanno passando altri ragionamenti, e cioè che dobbiamo trovare un compromesso tra la conservazione dello status quo e la modificazione – governata – del paesaggio. Tutti, nessuno escluso, ci dichiariamo a favore della transizione energetica. Ben diverso è, però, fare i passi necessari per una concreta decarbonizzazione, impossibile senza trasformazioni. Allora come passare dalla teoria alla pratica? Non lo diciamo noi, bensì gli istituti di ricerca e le organizzazioni internazionali che lavorano sulla crisi climatica e sulla transizione energetica: la soluzione più immediata passa per la decarbonizzazione del settore energetico, sia per il significativo contributo del settore in termini di emissioni climalteranti, sia per attivare la decarbonizzazione di altri settori come, ad esempio, quelli dei trasporti e del riscaldamento/raffreddamento degli edifici. In sostanza non possiamo rinunciare ad alcuni impianti in scala industriale che producano energia da fonti rinnovabili, perché lo stesso risultato, negli stessi tempi, non potrà essere raggiunto in altra maniera: non con le comunità energetiche, e nemmeno con l’idrogeno. Tra l’altro, l’idrogeno verde – che è l’unico sostenibile – richiede grandi quantità di energia da fonti rinnovabili per non essere, a sua volta, altamente impattante dal punto di vista climatico».

«In questo ragionamento, un tema centrale è: quali sono i territori da destinare agli impianti? Teniamo conto che la Regione è al lavoro per produrre entro settembre – come annunciato pochi giorni fa dall’assessore regionale degli Enti locali e Urbanistica, Francesco Spanedda – la norma di riferimento per la Sardegna. Questo processo potrà consetire alla Giunta regionale di affrontare anche altre debolezze dell’attuale situazione. Tra queste, una delle più gravi è che i territori e le popolazioni locali non sono stati mai adeguatamente coinvolti nei processi di progettazione. La maggior parte dei progetti è stata presentata prescindendo da un indispensabile interessamento attivo delle comunità, che Legambiente ha sempre chiesto e auspicato, ad esempio sostenendo recentemente il Comune di Alghero nella richiesta di attivazione dell’inchiesta pubblica all’interno della procedura di valutazione ambientale del progetto “Mistral”, la quale prevede l’installazione di un grande impianto eolico off-shore di fronte alla Riviera del Corallo (tra Alghero e Capo Caccia, ndr). Sarà così possibile realizzare azioni per la massima trasparenza e un profondo coinvolgimento di tutti i portatori di interesse».

«Bisogna poi superare la logica della compensazione, con la quale si progettano impianti impattanti e si risarcisce la comunità con opere di vario genere», prosegue la presidente Battaglia. Occorre, invece, esigere che siano i progetti d’impianto a integrare delle azioni di miglioramento delle criticità in essere sui territori interessati: il ripristino dei luoghi degradati, ad esempio, la sostituzione delle coperture in amianto, eccetera».

Un esempio di agrivoltaico (foto Legambiente)

Si parla tanto di agrivoltaico, un tema delicato per una terra a forte connotazione agropastorale com’è la Sardegna. «Noi lo sosteniamo, sempre che sia fatto bene. Sappiamo che l’agricoltura è in crisi, anche a causa della siccità. Ci sono colture, come le foraggere, che si prestano a impianti fotovoltaici a una certa altezza dal suolo, in quanto è stato sperimentato che tale ombreggiatura non solo non pregiudica la produttività delle piante ma, a fronte della siccità e dell’innalzamento delle temperature, riduce l’evaporazione e di conseguenza il fabbisogno idrico. In tal caso, perché negare una forma di integrazione e rafforzamento dell’attività agricola? Certamente, è inaccettabile che un impianto vada a sostituire forme di economia agricola floride e identitarie».

«Pongo a tutti un quesito provocatorio: ci mettiamo gli stessi problemi per le altre infrastrutture di interesse pubblico, per esempio quando costruiamo strade e ospedali? No, se abbiamo compreso la necessità e urgenza di realizzarle. In questi mesi assistiamo al deperimento della vegetazione sulle nostre colline, alla siccità estrema, al fenomeno delle notti tropicali. Attenzione, dunque, alla strumentalizzazione, alla demagogia. Il paesaggio è già in crisi a causa dei cambiamenti climatici e le azioni che faremo oggi non avranno effetto nel breve periodo, ma da qualche parte dobbiamo pure iniziare, scegliendo intanto le aree giuste dove possiamo far atterrare buoni impianti che costruiscano una nuova relazione col contesto, senza minacciare il senso di appartenenza e l’identità delle comunità».

In tanti si chiedono come mai non si pensa a realizzare le pale eoliche nelle aree industriali piuttosto che in campagna. «Questo è un argomento che va approfondito. Indubbiamente, quell’1% di territorio che dovremo rendere disponibile potrà in parte ricadere su coperture esistenti, aree degradate e territori non destinati ad uso agricolo, ma non solo. Parliamo di aree dove non c’è più la vocazione industriale e artigianale di un tempo? In Sardegna, questa tipologia di territori ha spesso bisogno di interventi importanti, soprattutto di bonifiche. Invece c’è il rischio che certe problematiche siano dimenticate in maniera definitiva se stratificheremo lì nuove funzioni e nuove infrastrutture. Se certi progetti consentono di restituire produttività e benessere economico, senza consumare nuovo suolo e impattare sul paesaggio, va benissimo. Credo, tuttavia, che questa soluzione darebbe una risposta parziale e non sarebbe risolutiva, anche perché non è detto che quelle aree siano davvero appetibili, soprattutto rispetto alla disponibilità di vento. Il processo di transizione non si esaurirà nel 2030, dobbiamo già guardare al 2050 e la sostenibilità non è una variabile su cui possiamo fare compromessi. Ma tracciamo la direzione in cui vogliamo andare, nell’interesse della collettività».



 

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