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Proporre idee e soluzioni per il rilancio di quartieri e di edifici dismessi di proprietà pubblica o per la rivitalizzazione di spazi urbani in disuso, ma anche promuovere patti di comunità per rilanciare centri storici o aree fluviali. Sono solo alcuni degli obiettivi dei 652 percorsi partecipativi promossi dalla Regione Emilia-Romagna nella legislatura 2020-2024, di cui 179 finanziati attraverso i bandi per la partecipazione. Inoltre, tra “piani di formazione” e “comunità di pratiche partecipative”, nel complesso, sono state coinvolte circa 1.500 persone.

C’è l’esperienza di Sarmato, a Piacenza, dove i cittadini hanno deciso come riqualificare tre luoghi simbolo della città: i giardini di via Nenni, quelli di via Verdi e l’area dell’ex cinema Topo Nero, diventato un parco pubblico. C’è quella di Santarcangelo di Romagna, nel riminese, dove la comunità si è espressa su come riqualificare le ex carceri Mandamentali. C’è il progetto di Soliera, nel modenese, che ha dato voce ai giovani tra gli 11 e i 18 anni su come ridisegnare lo spazio giovani Reset. E, ancora, quello di Cavriago, nel reggiano, sul coinvolgimento dei cittadini per la riqualificazione dell’area storica e quello di Felino, nel parmense, dove la popolazione è stata chiamata a partecipare sulla definizione del piano urbanistico.

Il convegno sulla Giornata della Partecipazione, svoltosi nella sede dell’Assemblea legislativa, ha disegnato così la mappa del coinvolgimento cittadino sul territorio regionale, fornendo spunti, riflessioni, sfide per il futuro, al fine di rafforzare sempre più la partecipazione democratica. Il convegno è stato anche l’evento di apertura del Festival della Partecipazione, in programma dal 13 al 15 settembre a Bologna. A portare i saluti è stato l’assessore regionale al Bilancio Paolo Calvano. “Oggi un terzo della popolazione decide di non andare a votare – ha detto – . Sono dati che ci devono far preoccupare, ma che ci dicono anche che dobbiamo portare i cittadini a sentirsi protagonisti delle scelte pubbliche e a percepire il loro reale contributo. Ed è il senso di questo festival: un’esperienza che deve aprirsi a un orizzonte nazionale ma anche europeo”.

Erika Capasso, delegata al bilancio partecipativo del Comune di Bologna, ha ricordato l’esperienza del comune capoluogo, “che ha iniziato un percorso di partecipazione 10 anni fa”. “Un percorso crescente di consapevolezza su cosa significhi amministrare una città avviato nel 2014, sperimentando strumenti come il bilancio partecipativo, i patti di collaborazione, i processi di co-progettazione. Abbiamo lavorato molto sullo spazio pubblico, che è un tema centrale, ma qui lancio la sfida alla Regione anche sui temi della salute, su come si può riuscire, anche in questo ambito, a portare processi di partecipazione sociale”. Katia Scannavini vicesegretaria generale di Action Aid Italia ha puntato l’attenzione sul concetto di “rivendicazione”. “Nel tempo la parola ‘potere’ ha assunto una caratterizzazione negativa – ha spiegato – ma rivendicare i propri spazi di potere fa parte della democrazia e la tiene viva. Occorre creare opportunità di scambio dialogico, anche vivace, ribadire la necessità di battersi, in modo sano, per i propri diritti e per la co-costruzione del bene comune”.

A Marianella Sclavi, etnografa urbana e socia fondatrice di Ascolto attivo è stata affidata la lectio magistralis. Sclavi ha lanciato l’allarme su una possibile deriva verso una “fake democracy, che è il motivo per cui la gente non va a votare”. Ha puntato l’attenzione sui “tre saperi”, il “sapere d’uso” dei cittadini, ossia l’esperienza di come funziona la vita quotidiana, che è importante al pari del sapere tecnico degli uffici e della responsabilità decisionale dei politici, portando l’esempio della città di Nantes. “A Nantes hanno capito da tempo che occorre cambiare i rapporti di potere, farsi carico delle preoccupazioni di chi si sente inascoltato. Nel mandato politico di ogni eletto, dal livello di quartiere a quello della metropoli, c’è l’ascolto del cittadino, il concetto che, quando si decide qualcosa che interessa il territorio, si deve promuovere un momento di elaborazione da parte dei cittadini di cui si deve tenere conto”.

Il dibattito è proseguito sulla sfide per il prossimo futuro. Silvia Zamboni, vicepresidente dell’Assemblea legislativa, ha chiarito che “il salto di qualità si può fare proprio riuscendo a far convergere i tre saperi. In Emilia-Romagna emerge una forte adesione alle pratiche partecipative, una grande propensione delle persone a mettere a disposizione tempo e impegno. C’è un interesse a essere coinvolti soprattutto nelle scelte che riguardano il territorio, l’urbanistica e le aree verdi, ma anche le politiche sociali e sanitarie, fino ai temi del paesaggio e dell’installazione di impianti di energia pulita che spesso creano criticità e portano con sé la costituzione di comitati locali”.

Claudia Giudici, Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza, si è soffermata su un altro aspetto fondamentale dell’ascolto e della partecipazione, ossia il diritto delle persone di minore età “a esprimere la propria opinione, che deve essere presa in considerazione”. “Non mi piace parlare di ‘minori’, una semantica negativa e sottrattiva che non valorizza le potenzialità dei cittadini più piccoli – ha rimarcato -. Dare voce a bambini e bambine, ragazzi e ragazze, significa costruire spazi di ragionamento senza voler forzatamente orientare le loro azioni e il loro pensiero verso gli obiettivi degli adulti”. “La nostra Regione ha dato al tema della partecipazione dignità legislativa – ha aggiunto l’assessore Calvano -. Una scelta che non era scontata, fatta già nel 2010 e rafforzata nel 2018. Ma sappiamo che una legge di per sé non basta: a essa vanno affiancati strumenti operativi, esecutivi e risorse. Molti processi partono spontaneamente dal basso ma a volte serve l’incentivo pubblico affinché ciò avvenga e che fa da moltiplicatore”.

“Abbiamo fatto la scelta di andare sul territorio per comprendere che percezione c’era delle politiche di partecipazione e della relativa legge – ha concluso Leonardo Draghetti, direttore generale dell’Assemblea legislativa e tecnico di garanzia della partecipazione della Regione -. Abbiamo capito che non era molto conosciuta, che c’era bisogno di promuoverla e farla conoscere, perché la partecipazione non può essere una tantum. Deve essere un processo costante nel tempo, altrimenti è un investimento che va perduto. La nostra legge ha due ingredienti utili: dice che un soggetto pubblico deve avere il coraggio di interrompere il processo decisionale, innestando un percorso partecipativo e ponendosi con umiltà. L’umiltà è il fondamento dell’ascolto vero e attivo a favore della collettività”.



 

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