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La domanda è: in quel 50% di italiani che hanno deciso di non andare a votare per il rinnovo del Parlamento Europeo (sul tema dell’astensionismo ha scritto qui ieri molto bene Alberto Mattioli) quanti sono quelli che lo hanno fatto in contestazione alla politica urlata e maleducata che contraddistingue la fase attuale e quanti in opposizione a un bipolarismo che amplifica lo scontro invece di favorire il confronto e la mediazione?

Perché è sulla consistenza di questo sconosciuto numero di italiani (posto che gli altri astensionisti sono strutturali menefreghisti o incattiviti odiatori della politica) che si gioca la possibilità di costruire una forza di Centro, della quale su questo giornale si è discusso molto negli ultimi due anni. Il disastro assoluto e imperdonabile combinato dalla coppia di narcisi ormai nota a chiunque ha affossato al momento ogni possibilità in tal senso, favorendo così il bipolarismo fortemente voluto da Giorgia Meloni e Elly Schlein, i cui partiti dalla radicalizzazione della contesa non possono che venire beneficiati, come si è visto. 

Tutta la strada è in salita, dunque, per un ipotetico nuovo Centro. Tutto da inventare. Non solo. Il Centro ha un problema di posizionamento imposto dal bipolarismo ora confermato addirittura in elezioni proporzionali e quindi a maggior ragione insuperabile in elezioni con sistema maggioritario quali sono quelle che per il Parlamento nazionale. Come è stato osservato, la Destra ha un alleato moderato in Forza Italia, partito che – pareva impossibile solo un anno fa ed è invece accaduto – sta rafforzandosi dopo la scomparsa di Berlusconi giocando anche sulla sua qualifica di membro del Ppe: per molti è questo il Centro italiano e la cosa ha una sua consistenza, inutile negarlo. Il punto però è che esso è organicamente alleato della Destra. Ma questo è un problema per i moderati che preferiscono una collaborazione con la Sinistra riformista o che sono più nettamente centristi. Un dato che non si può sottovalutare e che anzi va attentamente considerato.

Sul fronte della Sinistra, questo partito (ovvero ciò che per un breve periodo fu la Margherita) non c’è. E questa assenza penalizza un centro-sinistra oggi divenuto solo sinistra, dopo il netto spostamento in quella direzione del Pd a guida Schlein. Un Partito Democratico peraltro che elegge molti riformisti che non avevano votato la segretaria, tutti con una caratteristica: quella d’essere stati ottimi amministratori locali. Dunque radicati sui loro territori, presenti nella società, meritevoli di consenso. Ma al momento decisamente minoritari nell’attuale gruppo dirigente del partito. Senza il loro contributo difficilmente il Pd avrebbe conseguito questo buon risultato. Ma avranno ora un peso adeguato nella conduzione del partito? O rimarranno confinati a Strasburgo, ben lontani dal Nazareno?

In questo scenario sono pressoché scomparsi i cattolici democratici. Bisogna avere il coraggio di dirlo. Pochi di loro, naturalmente, stanno in Forza Italia. Alcuni hanno aderito ai due partiti personali che si sono suicidati. I più sono nel Pd, dove però non contano più molto, in verità. Alle Europee i loro pochi candidati in quel partito non sono stati premiati (con l’eccezione di Pina Picierno; Marco Tarquinio è un caso a parte, mi sentirei di affermare).

Anche qui, domande scomode. Ma ci sono ancora, in termini di significativa consistenza numerica, i cattolici democratici? Ci sono fra le giovani generazioni? Oppure patiscono essi pure il declino della presenza cattolica nella società sempre più laicizzata (o forse, purtroppo, addirittura sempre più laicista)? Si tratta di domande dolorose per noi, ma lecite, indifferibili, per come si sono messe le cose.

Ma se i cattolici democratici, anche solo come minoranza, ci sono ancora hanno il dovere di mettersi alla stanga e inventarsi qualcosa. Rimanere quale marginale minoranza nel Pd? O provare a costruire una “nuova Margherita” con quanti in buona fede hanno creduto nel fu Terzo Polo e sono stati travolti dagli errori della coppia autoreferenziale?

Una “nuova Margherita” significa alleanza di centro-sinistra, certo. Come fu l’Ulivo. Del resto oggi schierarsi da una parte è obbligatorio, ce lo hanno ricordato gli elettori, domenica scorsa. Significa però anche autonomia dal PD sinistrizzato e radicalizzato, sponda per i riformisti dem, rinnovato protagonismo, forse anche ritorno di fiamma verso la politica da parte di alcuni che in questi anni se ne sono allontanati e magari pure ritorno di qualche elettore oggi rimasto a casa in quanto non attratto da alcuna delle proposte in campo. Significa, ancora, contribuire alla costruzione di un fronte non solo alternativo bensì anche, e soprattutto, competitivo con il destra-centro che governerà l’Italia per il resto della legislatura. 

Lo spazio politico c’è, il tempo pure. Adesso occorre verificare se ci sono la voglia e la determinazione conseguente. I prossimi mesi ce lo diranno.

 

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